UNA PICCOLA OASI RESILIENTE PER IL RIONE FERROVIERI

C’è un Rione Ferrovieri “vulnerabile”. Ma c’è un Rione Ferrovieri “resiliente”.

C’è un Rione Ferrovieri che è vulnerabile, come il resto della periferia Sud cittadina e l’intera Reggio. Da tanti punti di vista. Due, ad esempio.

Il primo, quello della permeabilità del suolo, penalizzata da una massiccia presenza di asfalto e cemento. Lo testimoniano gli allagamenti di alcuni segmenti di marciapiede sul viale Galilei, diversi nelle proporzioni, ma analoghi nelle modalità, a quelli della non lontana piazza della Pace, che si hanno quando le precipitazioni sono copiose e le acque non trovano adeguatamente sfogo nel terreno o nei sistemi di canalizzazione.

Il secondo, quello del verde, sempre più fagocitato da costruzioni private e spazi pubblici realizzati con materiali che non “respirano”, cioè non donano ossigeno all’uomo e non si prendono carico dell’anidride carbonica, come, invece, sa fare la vegetazione.

Ma c’è un Rione Ferrovieri, seppur piccolissimo per superficie ed impatto rispetto al resto del quartiere, che è molto resiliente. Infatti, nello storico quartiere nato dopo il terremoto del 1908 e che, come suggerisce il nome, affonda le proprie radici tra rotaie e locomotive, c’è una “oasi” di verde. Ma non un’oasi qualsiasi, nata spontaneamente dalla sensibilità e dal senso civico di un gruppo di cittadini e realizzata dagli stessi in modo innovativo e sostenibile, creativo e gradevole.

Perché? Perché essa è sbocciata tra distese di bitume; vecchie abitazioni, molte delle quali disabitate e, addirittura, in alcuni casi sventrate; e verde, praticamente inesistente, abbandonato. Una “fioritura” capace di dare un piccolo-grande contributo al miglioramento dell’ambiente in generale, aiutandolo a respirare, e del rione nello specifico, mitigando una diffusa criticità di decoro, edilizio, estetico e non solo, e creando un ulteriore spazio di socialità.

Dunque, dove prima c’erano solo due alberi e qualche cespuglio basso, disordinato ed intervallato da punti secchi, adesso c’è una vegetazione, fitta e rigogliosa in ampiezza ed altezza e curata, che ha circondato gli stessi due arbusti, così come un particolare arredo urbano lungo il brevissimo sentiero che l’attraversa. Ci sono fiori, piante grasse ed altro “green”, così come pallet, una bobina per i cavi ed altro legno, utilizzati come sedute, tavolini ed elementi di abbellimento.

Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, la “vulnerabilità” è “il grado in cui un sistema è suscettibile o è incapace di far fronte agli effetti avversi del cambiamento climatico, inclusi la variabilità climatica e gli estremi. È funzione del carattere, dell’ampiezza e della velocità del cambiamento climatico e della variazione a cui un sistema è esposto, della sua sensibilità e della sua capacità di adattamento”. Applicando questa definizione, il Rione Ferrovieri è vulnerabile, vista la sua condizione generale, analoga a quella del resto della periferia Sud e della città.

Ma, seppur in piccolissima scala geografica e sociale, è resiliente. Infatti, secondo lo stesso organismo, la “resilienza” è “la capacità di un determinato sistema sociale o ecologico di assorbire i disturbi pur conservando la stessa struttura e modalità di funzionamento, la capacità di auto-organizzazione e la capacità di adattarsi allo stress ed ai cambiamenti”. Declinando questo concetto, il Rione Ferrovieri lo è, grazie a questa “oasi”.

La speranza è che ne “fioriscano” tante altre nel “deserto”. E che “dissetino”. Insomma, che questa diventi una pratica diffusa. Non solo al Rione Ferrovieri, nella periferia Sud, a Reggio. Ovunque. Anche perché essa riattiva spazi e fa ritrovare comunità, un modo per migliorare la vivibilità singola e collettiva e per innescare circoli virtuosi che possono portare ad iniziative analoghe.


Reggio Calabria, 20/03/2020

Luca Assumma



Album foto al link (Pagina FB "KnowledgevsClimateChange)

ph. courtesy Mikhaela Cannizzaro

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