UN…PIANO “AGO E FILO” PER “RAMMENDARE” LA PERIFERIA SUD

Da vocabolario Treccani, “rammendare” vuol dire ”riparare un tessuto o un lavoro a maglia strappato, tagliato o bruciato, o molto logoro e liso, riprendendone e riallacciandone i fili, o ricostituendoli con filo identico, in modo che il guasto non si veda o si noti il meno possibile”. E “rammendare” è il verbo accostato alle periferie da Renzo Piano e alle relative azione da intraprendere in questi luoghi nei quali l’architetto e l’urbanista, l’amministratore pubblico e l’imprenditore, il docente e il volontario, il semplice cittadino, appunto, devono prendere “ago”, ossia la voglia ti trasformare e cambiare spazi e comunità, e “filo”, ovvero approcci, idee e progetti partecipativi, innovativi e sostenibili.

E di periferie se ne intende Renzo Piano, non solo perché è un architetto apprezzato a livello mondiale. Ma anche perché, mettendo generosamente a disposizione il suo trattamento economico da senatore a vita, ha creato “G124”, un progetto che vede giovani architetti operativi in diverse periferie italiane, guidato da sei “stelle polari”: un mix generazionale, etnico, economico e funzionale; la fecondazione delle periferie disseminandole di edifici pubblici, servizi, scuole, università, biblioteche, centri civici, attività culturali e sociali e di servizio; il potenziamento dei trasporti pubblici e stop ai grandi parcheggi; il verde come tessuto connettivo, elemento aggregatore, filtro tra città e campagna, limite al consumo di suolo; i processi partecipativi, la figura dell’architetto condotto, la micro-impresa e i micro-finanziamenti, le opere di rammendo sugli edifici e di ricucitura sulla città; la diagnostica scientifica, le tecnologie di cantiere leggero, il miglioramento funzionale ed energetico.

(Per info sull'esperienza G124, www.renzopianog124.com/).

“Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee […]. Sono la città del futuro, non fotogeniche d’accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. Nel centro storico abita solo il 10 per cento della popolazione urbana, il resto sta in questi quartieri […]. Qui si trova l’energia. I centri storici ce li hanno consegnati i nostri antenati, la nostra generazione ha fatto un po’ di disastri, ma i giovani sono quelli che devono salvare le periferie. Spesso alla parola «periferia» si associa il termine degrado. Mi chiedo: questo vogliamo lasciare in eredità? […]”. Questi sono alcuni primi passaggi della presentazione di “G124” effettuata da Piano. Parole, queste del grande architetto, valide anche per le periferie reggine e, in particolare, per quella Sud. Ovviamente.

La periferia Sud ha grandi problemi. Essa è altamente compromessa dall’impatto del costruito diffuso che ospita i suoi quasi 40mila abitanti (guarda il video tematico in basso). Ed ha un’identità confusa fra residenzialità, commercio e servizi, reti stradali. In essa si sovrappongono pubblico e privato, confondendosi. Il degrado ambientale e il decoro sono notevoli. E presenta altre problematicità, fra le quali ci sono una mobilità veicolare sparsa e non razionale, un non facile attraversamento della rete ferroviaria, una mobilità ciclopedonale di bassa qualità.

Video tematico "Territorial Framework Periferia Sud RC" (a cura del team project KvsCC e A. Palermiti di PMopenlab) - per tutti gli altri video tematici, visita la sezione media del sito


Ma, allo stesso tempo, ha grandi potenzialità. Innanzitutto, come qualità della vita in relazione alle domande di residenzialità e socialità. Così come di spunti aggregativi e culturali e produttivi e commerciali. E di presenza di uno stabilimento industriale quale le ex Omeca-Hitachi dal prestigio internazionale. Potenzialità che potrebbero essere aumentate una volta conclusi i lavori del cosiddetto “Parco Lineare Sud”, intervento di rigenerazione finalizzato a risolvere la criticità della connessione col mare e possibile innesco di una più ampia trasformazione rigenerativa degli spazi urbani limitrofi. Per rendersene contro, basta vedere le analisi e le proposte venute del dossier venuto fuori dal workshop “SAD” diretto dalla Prof.ssa C. Nava (dArTe) dell’Università “Mediterranea”, alcune delle quali saranno evocate fra nel prosieguo dell’articolo (https://www.knowledgevsclimatechange.com/conoscenzaecontributi).

“[…] La prima cosa da fare è non costruire nuove periferie. Bisogna che diventino città ma senza ampliarsi a macchia d’olio, bisogna cucirle e fertilizzarle con delle strutture pubbliche […]. Oggi la crescita anziché esplosiva deve essere implosiva, bisogna completare le ex aree industriali, militari o ferroviarie, c’è un sacco di spazio disponibile. Parlo d’intensificare la città, di costruire sul costruito. In questo senso è importante una “green belt”, come la chiamano gli inglesi, una cintura verde che definisca con chiarezza il confine invalicabile tra la città e la campagna […]. La città giusta è quella in cui si dorme, si lavora, si studia, ci si diverte, si fa la spesa. Se si devono costruire nuovi ospedali, meglio farli in periferia, e così per le sale da concerto, i teatri, i musei o le università. Andiamo a fecondare con funzioni catalizzanti questo grande deserto affettivo. Costruire dei luoghi per la gente, dei punti d’incontro, dove si condividono i valori, dove si celebra un rito che si chiama urbanità […]. Non c’è bisogno di demolire, che è un gesto d’impotenza, ma bastano interventi di microchirurgia per rendere le abitazioni più belle, vivibili ed efficienti. In questo senso c’è un altro tema, un’altra idea da sviluppare, che è quella dei processi partecipativi. Di coinvolgere gli abitanti nell’autocostruzione, perché tante opere di consolidamento si possono fare per conto proprio o quasi che è la forma minima dell’impresa. Sto parlando di cantieri leggeri che non implicano l’allontanamento degli abitanti dalle proprie case ma piuttosto di farli partecipare attivamente ai lavori. Nelle periferie non bisogna distruggere, bisogna trasformare. Per questo occorre il bisturi e non la ruspa o il piccone […].” spiega il maestro.

Declinando Piano su Gebbione, Modena o Arangea e dintorni, essi non hanno bisogno di nuovo costruito, visto che troppo spesso è irregolare, invasivo e degradato. Ma vanno finalmente resi veramente città. Come? Ovviamente, valutando le possibilità, pensando a possibili recuperi di aree, quali, ad esempio, l’ex Foro Boario e il limitrofo Rione Ferrovieri, i Rioni Guarna e Caridi, l’ex Polveriera di Ciccarello o l’ex fabbrica agrumaria di San Giorgio Extra, sanando così delle ferite. Ma pure all’installazione di nuove funzioni, come potrebbe avvenire nel caso con un abbandonato “Girasole” da trasformare in un centro di stoccaggio e lavorazione di rifiuti riciclabili in prodotti da vendere in loco, o la riattivazione di già esistenti, come è successo con l’ospedale “Morelli”, in modo tale da catalizzare positivamente le dinamiche sociali esistenti o creandone di nuove. E ad un verde purtroppo sempre più fagocitato da cemento ed asfalto, salvando e valorizzando sia quello più ampio, quasi nullo, sia quello su piccolissima scala, tanto più diffuso quanto penalizzato. Tutto ciò, seguendo il grande architetto, con il “bisturi”, cioè intervenendo anche con una certa radicalità, se necessario, ma, soprattutto, con interventi mirati, come si potrebbe, ad esempio, con degli spazi di condivisione, orti urbani e percorsi e giochi di quartiere, a costi bassissimi, alternando o abbinando materiali innovativi e tecnologici con altri sostenibili e da riciclo. Con entrambe le intensità, il “bisturi” andrebbe affondato sul territorio coinvolgendo le comunità nei processi di cambiamento, in termini di analisi del contesto e di proposta realizzativa, che di obiettivo di incidere non solo sui diversi quartieri, ma anche e, soprattutto, sulla vivibilità quotidiana degli stessi gruppi che vi risiedono, incentivando così quel mix generazionale, etnico, economico e funzionale evocato da Piano.

Visions del corso SID - Workshop SAD 2017, in ultima riga, "Città della conoscenza in periferia sud e foto a Rione Ferrovieri di M. Cannizzaro (2019)


“[…] Penso che le città del futuro debbano liberarsi dai giganteschi silos e dai tunnel che portano auto, e sforzarsi di puntare sul trasporto pubblico. Non ho nulla contro l’auto ma ci sono già idee, come il “car sharing”, per declinare in modo diverso e condiviso il concetto dell’auto. Servono idee anche per l’adeguamento energetico e funzionale degli edifici esistenti. Si potrebbero ridurre in pochi anni i consumi energetici degli edifici del 70-80 per cento, consolidare le 60mila scuole a rischio sparse per l’Italia. Alle nostre periferie occorre un enorme lavoro di rammendo, di riparazione. Parlo di rammendo, perché lo è veramente da tutti i punti di vista, idrogeologico, sismico, estetico. Ci sono dei mestieri nuovi da inventare legati al consolidamento degli edifici, microimprese che hanno bisogno solo di piccoli capitali per innescare un ciclo virtuoso. C’è un serbatoio di occupazione […]. Consiglio ai giovani di puntarci: startup con investimenti esigui e che creano lavoro diffuso. Prendiamo l’adeguamento energetico con minuscoli impianti solari e sonde geotermiche che restituiscono energia alla rete […].”.

Anche su questi punti, attraverso piccoli interventi dal grande impatto, il maestro è applicabile in periferia Sud. Non solo con idee come quella della mobilità lenta, con percorsi di qualità ciclabile, ed uno sviluppo del trasporto pubblico, che passa anche da tecnologie come fermate bus “smart”, ma anche da quelle come il rivestimento “green” delle facciate di edifici degradati, migliorando così l’estetica e contribuendo alla riduzione della presenza di Co2, o l’utilizzo di materiali drenanti stradali e non, utili a ridurre insieme al verde la permeabilità del suolo ed evitare i frequenti allagamenti. E, attraverso la costituzione di presidi come il progetto per la “Fab City” che “Pensando Meridiano” vuole realizzare a Calamizzi (www.pensandomeridiano.com/fabcity), puntando sui giovani e sull’innescare un loro proficuo attivismo civico, culturale e produttivo.

Perché, come afferma Piano “[…] Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città? Diventeranno o no urbane, nel senso anche di civili? Qualche idea io l’ho e i giovani ne avranno sicuramente più di me. Bisogna però che non si rassegnino alla mediocrità […]”.


04/04/2020

Luca Assumma

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