PERIFERIA SUD, MUOVERSI MEGLIO PER VIVERE MEGLIO

La mobilità su un territorio è un elemento fondamentale per una comunità. Perché, se di qualità, essa aumenta la vivibilità, anche in termini sociali. Infatti, il muoversi su un territorio in modo “agile”, sia privatamente che pubblicamente, può incrementare le occasioni di scambio fra singoli e gruppi, dunque amplificare le occasioni di partecipazione civica, di socialità, di cultura, di occupazione ed impresa, di fruizione di servizi. E migliorare il benessere psico-fisico dei componenti della comunità medesima. Facendo due di tanti possibili esempi, anche se il discorso è abbastanza intuitivo, si può dire che un trasporto pubblico efficiente permette ad un anziano di recarsi facilmente in un presidio sanitario o una rete ciclabile fatta bene contribuisce alla forma e alla serenità di chi decide di pedalare.


Che mobilità, nel senso più ampio del termine, dall’auto privata e dal bus fino al ciclista che si sposta in bici o al runner che si allena, si può pensare per la periferia Sud? Prima di dare qualche spunto, bisogna analizzarla. In aiuto viene il dossier del workshop “Sad”, incentrato proprio su questa porzione di Reggio (www.knowledgevsclimatechange.com/conoscenzaecontributi).


“La viabilità all’interno della periferia Sud si presenta confusionaria ed intricata; il traffico si riversa in particolar modo sugli snodi degli assi principali, che si ricollegano agli argini della fiumara Calopinace, poiché questo è l’unico sgorgo verso il centro della città. La situazione è resa più complicata dalla prevalenza dei mezzi su gomma privati, i quali creano ingorghi maggiormente nelle ore di punta e nelle giornate di mercato. La prevalenza dell’utilizzo della mobilità privata negli anni ha reso difficoltosa la possibilità di sviluppo di infrastrutture adeguate alla mobilità lenta. Ne è un esempio la pista ciclabile che collega la periferia Sud con il centro della città”.



Nel documento, si sottolinea come la mobilità in quell’area sia tutt’altro che “agile”. Non solo per i flussi veicolari evocati, concentrati sugli assi viari principali paralleli alla costa, cioè gli ampi viale Aldo Moro-viale Galilei, viale Calabria, via Sbarre Centrali e viale Europa e in alcune loro perpendicolari, ma anche per quelli che vanno a finire su quelli secondari, come le via Sbarre Superiori e via Sbarre Inferiori, tanto più diffusi quanto angusti. Non solo per l’alta presenza di mezzi gommati privati citata dal medesimo dossier, ma pure per un certo disordine urbanistico-edilizio che, abbinato alla prima, rende poco agevole il trasporto pubblico, comunque da rafforzare, e la suddetta mobilità lenta, di pessima qualità.


“Che mobilità si può pensare per la Periferia Sud?” ci si chiedeva qualche rigo più su. D’accordo, ci sarebbero idee puntuali delle quali parlare. Tra queste, alcune più “classiche” legate alle infrastrutture viarie, come la realizzazione o l’ultimazione di progetti viari, come le cosiddette “bretelle”, che collegherebbero la tangenziale e la zona della foce del Sant’Agata correndo lungo l’omonima fiumara; la strada Omeca-San Gregorio, che alleggerirebbe il traffico per l’immediato litorale ionico e dallo stesso verso il centro città; una pista ciclabile degna di tal nome o un sistema di trasporto pubblico leggero e veloce in sede preferenziale. E altre più “moderne”, alcune delle quali legate ad elementi tecnologici come quella delle “stazioni bus smart”, lanciate nel documento del workshop “SAD". (guarda il video in basso, Urban Mobility per la Periferia Sud, realizzato dal team project con PMopenlab)


Ma, anche perché è sempre viva la questione delle disponibilità di risorse pubbliche per intervenire, è più importante un discorso più concettuale. Ed è quello che in una periferia come quella Sud, area urbana vasta ed eterogenea, la mobilità va ripensata tenendo conto delle differenze urbanistiche, edilizie, sociali e funzionali. Per rendere meglio l’idea di un territorio che cambia nel giro di poche centinaia di metri, si pensi ad un viale Calabria che dà un senso di moderno, con una viabilità larga, grandi condomini, attività e servizi di grandi dimensioni, socialmente veloce e dispersivo, e ad una via Sbarre Centrali che dà un’opposta percezione più antica, con una percorribilità ridotta, palazzi alti però interrotti da molte costruzioni al massimo di due piani, piccoli esercizi che resistono a quelli più grandi, una socialità un po’ più lenta e concentrata.


Come ripensarla? Calibrando il sistema di mobilità e i relativi flussi di persone in base a questi due tipi di periferia, tenendo conto delle condizioni esistenti in una determinata porzione di territorio e connettendole a quelle presenti in altre limitrofe per sviluppare un sistema di mobilità più ampio, e, parallelamente, valutando quelle delle relative comunità e delle dinamiche che le animano.


Dunque, nelle porzioni più “lente” e “concentrate”, andrebbe incentivato o sviluppato il vivere il quartiere e il fare comunità. Sia dove questa predisposizione è già presente, come sulla stessa via Sbarre Centrali, ad esempio, rendendo i marciapiedi più fruibili, sia come efficientamento delle superficie che di continua rimozione di ostacoli di vario genere, spingendo così a viverli, davanti alla botteguccia così come davanti la chiesa. Sia dove questa tendenza manca come, ad esempio, nelle popolari palazzine Ina Casa, realizzando dei percorsi attrezzati per ciclisti, runner e sportivi, che facciano scendere in strada i residenti, attraggano persone e favoriscano relazioni. Operazioni, quelle da fare su questo tipo di periferia, che, ovviamente, necessitano di un accompagnamento del trasporto pubblico, ma anche di una ridefinizione di quello privato, incentivando l’intermodalità in un’ottica di mobilità sostenibile e lenta, come parzialmente avvenuto con uno “sharing” da rendere sistematico. E, dove possibile e senza ripercussioni negative sul sistema viabilità, agendo su sensi di marcia, spazi di sosta e limitazione del traffico.


Mentre, nelle aree più “veloci” e “dispersive”, andrebbe fatta un’operazione opposta, pur salvaguardano delle dinamiche più di prossimità.


Muoversi è importante, perché muoversi vuol dire vivere. Se ci si agili, si vive meglio.


11/04/2020

Luca Assumma


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